La libertà è morta. Viva la libertà!

Francesco Orefice Archivio, News Leave a Comment

A volte si è soliti attribuire a Voltaire la celebre frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Vogliamo fingere per un po’ che sia stato effettivamente lui l’autore di tale frase, così da darle l’autorevolezza che merita, sebbene sia poco credibile tale attribuzione agli occhi di coloro che hanno letto almeno di sfuggita il Dizionario filosofico.

Il problema della libertà d’espressione è che nella sua più ampia accezione, essa tutela sia la proposta che la controproposta, sia l’opinione che la sua negazione, sia l’idea che la critica improduttiva. Fortunatamente la società italiana ha superato il dilemma coltivando l’appiattimento del pensiero il cui frutto più eloquente è l’estensione dell’assolutismo “giusto e sbagliato” al pensiero. Ciò porta alla conturbante idea che quanto diremo, o penseremo, o faremo, o scriveremo, o in una qualsiasi misura esprimeremo come elevazione più alta della nostra intima esigenza di esercitare la più bella capacità dell’uomo, ovvero il pensiero, sarà giudicato da encomiabili esperti dalle ineguagliabili ed impareggiabili conoscenze.
Proprio lunedì Ernesto Galli della Loggia scriveva un editoriale sul Corriere della Sera a proposito della sofferta libertà d’espressione di cui gode in questi giorni Angelo Panebianco tra le mura della città del sapere, l’università. D’altro canto i collettivi hanno sicuramente avuto le loro buone ragioni per scagliarsi contro un “servo” del potere, o un “assassino”, avendo con attenzione scrutato nelle sue parole un inno alla partecipazione militare dell’Italia in Libia. Voglio dire, di così alti atleti del pensiero ci si può senz’altro fidare! Studenti i cui facili slogan sarebbero capaci di reinterpretare la satira interventista di Papini a tal punto da considerare le opere dell’autore meritevoli di rimpinguare i bücherverbrennungen. Ma d’altro canto, che diritto hanno i fucini di giudicare chi, pur dopo un adeguato lavaggio del cervello, s’impegna nella difesa di ciò che ritiene giusto? Siamo forse noi, rinunciatari e sconfitti, degni di più cortesi giudizi?
Dopo anni passati a prendere posizioni moderate abbiamo demandato ai partiti politici non solo il diritto di far politica, ma anche il privilegio di esprimere un’opinione su temi che interessano il nostro modo di vivere, la nostra quotidianità, la nostra fede. Son sicuro che un occhio clinico ed avvezzo al parlare dei piccoli uomini del nostro tempo potrebbe ritenere questo la preventiva difesa di una posizione estremamente conservativa. Magari tale lettore potrebbe attendersi una conclusione degna delle migliori omelie del Cardinal Bagnasco. Sfortunatamente il mio interesse non è però raggiungere la libertà, o avere la possibilità di dire che le trivellazioni nell’Adriatico sono economicamente svantaggiose, che l’utero in affitto ed il seme in vendita sono pratiche assimilabili alla prostituzione, che le unioni civili, come i matrimoni civili d’altronde, non sono cose che riguardano la Chiesa, bensì coloro che hanno la forza di prendersi cura dei propri cari e quant’altro. No, non m’interessa sostenere delle opinioni dinanzi a dei perfetti sconosciuti. La cosa richiederebbe troppe pagine, troppe parole e troppo rispetto tra gli interlocutori. Lo scopo del presente testo è un altro. L’obiettivo è interrogarci sul perché di questo declino della nostra capacità di esercitare la libertà d’opinione.

Individuerò per l’occasione due cause.

La prima è sicuramente l’incapacità di mediare. Nel suo libro “Ad ogni morte di papa”, Giulio Andreotti raccontava come alla vigilia del referendum sul divorzio il fronte divorzista, tramite l’emendamento di una deputata del Partito Comunista Italiano, avesse teso una mano ai cattolici escludendo dalla legge i matrimoni celebrati secondo rito religioso (qualunque esso fosse). La superba ed arrogante chiusura dei cattolici della Democrazia Cristiana, convinti di portare a casa una vittoria schiacciante col referendum, rifiutò il compromesso e… sappiamo tutti com’è finita. Nel referendum speravano anche i giovani universitari del gruppo F.U.C.I. di Venezia che incautamente espressero la propria opinione (ah, che stolti!), senza specificare che avrebbero votato contro il divorzio e che il loro era un puro apprezzamento per quell’esercizio di democrazia. Il risultato fu lo scioglimento del gruppo ad opera dell’allora Patriarca Albino Luciani.

Ed eccoci qui alla seconda causa: il silenzio del laicato. Questo silenzio nasce dall’idea che ad esprimere le idee del fronte cattolico siano più efficace la C.E.I. o il papato. Privando così l’opinione pubblica di quella compagine di stampo cattolico-conservatore, ma anche di quella cattocomunista, (più emancipata di quel popolo in cammino per il family day strumentalizzato da sciacalli a caccia di voti) che orientava la vivace politica del nostro Paese. Oggi il laico mediamente deve pensare poco, pregare quanto basta ed indignarsi discretamente, ma comunque mai abbastanza da voler agire. Vero è che occorre demandare l’azione a chi ha maggiori competenze, soprattutto in momenti così delicati come il presente. Tuttavia, nell’ottica dell’utilità che caratterizza il mio modo di vedere i percorsi di formazione politica (fucini e non), trascorrere interi pomeriggi seduto ad ascoltare esperti parlare ed infervorare gli animi, senza che vi sia mai al termine di essi una proposta concreta per migliorare quanto si è commentato o praticare i valori propagandati, ha poco valore.

Il problema non è però confinato all’associazionismo cattolico di cui ho per sommi capi trattato il malessere. La libertà d’espressione in Italia è morta ad ogni livello, sostituita dalla parvenza di confronto che ci danno alcuni tafferugli nei talk show. In fondo le idee che scorrono sul piccolo schermo, maciullate da intrattenitori travestiti da moderatori, non sono altro che sintesi pretestuose delle emotività delle masse. Nessuna giustificazione suffragata da dati. Nessuna verità, ma tanta voglia di prevaricare sull’altro.

Vero è che le mie son solo parole… Se dovessi però dire qual è la proposta più grande del gruppo F.U.C.I. di Napoli per salvaguardare la libertà d’espressione, allora direi che è la ferma convinzione che le opinioni diverse sono una ricchezza sempre, anche quando sono espresse con l’intento di provocare una reazione nell’interlocutore. Per altre proposte, magari più concrete, abbiate la pazienza di seguire le nostre iniziative.

Francesco Orefice

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